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Settimana Santa a Barrafranca


storia - tradizioni - immagini

Pagine: 216
Anno: 2014
Caratteristiche: brossura con immagini
Dimensioni: 17 cm. X 24 cm.


ISBN: 978 88 6272 081 6
Prezzo: 20,00 €
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Descrizione

 

Nel delineare il percorso storico di un popolo non si può ignorare lo svilupparsi e il radicarsi della tradizione in tutte le sue forme espressive. Essa è senza dubbio la fonte principale in cui possiamo riscoprire l’indole e le caratteristiche più riposte della comunità di cui la tradizione è parte. La tradizione è fonte viva e perenne di noi e non si può fare a meno di essa per indagare le origini, le peculiarità e l’evoluzione di un popolo. Essa rappresenta certamente l’es collettivo, come affermano molti studiosi messi in risalto in questa opera, ma insieme all’es essa rappresenta l’io collettivo manifestazione corale e perenne dell’estrinsecarsi delle proprie radici culturali. Ciò che rimane del passato è tesoro incomparabile che ci offre i mezzi per conoscere meglio il nostro presente ed essere così testimoni credibili di tutta la nostra storia. Le tradizioni sono la storia più intima dell’umanità. In esse si nasconde l’io collettivo e la passione dell’io presente.
L’autrice di questo libro, con passione ed entusiasmo, si propone proprio questo attraverso una ricerca attenta e meticolosa: comprendere meglio le nostre tradizioni per scoprire e consolidare la nostra vera identità culturale. Conoscere le nostre radici significa conoscere noi stessi, significa ritrovarsi e specchiarsi nel passato per crescere ed essere protagonisti nel momento presente in cui la storia diviene e si fa. 
L’autrice di questo interessante saggio ha scavato nel nostro passato e, senza presunzione e con rigoroso metodo, ha analizzato fonti scritte e testimonianze orali con l’obiettivo di trarre conclusioni logiche e appropriate. Il suo non è stato un semplice elenco di gesti, di resoconti cronachistici, ma ha affondato il suo sguardo indagatore, con acume appropriato, nelle vicende storiche più antiche, cercando di portare alla luce il vero storico su cui è nata la nostra civiltà. È nella tradizione, infatti, che si può ravvisare la fusione di diverse culture, cosa che si può riscontrare nei gesti, nei costumi, nei canti, nel linguaggio e nel modo di essere. È assolutamente cosa naturale che in Sicilia, posta al centro del Mediterraneo, si incrociassero diverse culture e che per sincretismo ne producessero una nuova, la nostra individualità territoriale: la sicilianità. Ogni popolo che ha invaso questi nostri luoghi ci ha recato i suoi doni ed ha contribuito ad arricchire questa nostra amata isola, ricca di profumi e di sole, ma ha portato anche dolore e danno, cancellando l’ancestrale e originaria identità e modificando i tratti antropologici della nostra origine. È nella natura delle cose, però, aprirsi agli influssi delle civiltà vicine ed è questo che è avvenuto nella nostra isola: abbiamo fatto tesoro e abbiamo fuso in una nuova cultura tutto ciò che ci è pervenuto da altre civiltà che abbiamo avuto la fortuna o la sfortuna di accogliere e ospitare per lungo tempo. Se, infatti, scaviamo nel profondo troveremo impressi nella nostra indole segni di altre civiltà (araba, normanna, aragonese, spagnola…): siamo la sintesi di razze diverse e di mentalità diverse. Ma quante testimonianze storiche, quanta produzione artistica abbiamo perduto con il succedersi dei secoli e con il frantumarsi e deteriorarsi dei resti archeologici e letterari! Abbiamo perduto racconti, edifici, linguaggio, opere d’arte. Tanto abbiamo perduto e mai più recupereremo. Abbiamo sepolto nelle viscere dell’oblio storico numerose testimonianze del nostro essere.  
È in questo ammasso disordinato di vicende e di testimonianze che la nostra intraprendente autrice ha mosso la sua ricerca, vagliando e analizzando svariate tesi per riuscire a rispondere alle numerose domande che fanno ressa nella nostra mente. Non è cosa facile mettere insieme una credibile e razionale interpretazione di avvenimenti che non hanno origini chiare e poco documentate, ma lei ha tentato e in molti casi ci è riuscita.
Ha capito che nei riti religiosi popolari si nascondono le tradizioni ataviche radicate nel tessuto sociale e si riscontrano anche il carattere e l’identità di un popolo. Ha capito che il substrato culturale complesso del nostro territorio è dovuto alle dominazioni che si sono susseguite nei secoli e che il singolo individuo si annulla diventando tutt’uno con il suo simile integrandosi in tutte le manifestazioni del vivere insieme.
Le ricerca dell’autrice si è limitata specificamente alle tradizioni legate alla Settimana Santa del nostro territorio, ma si capisce anche che in ogni aspetto della tradizione c’è il nucleo originario del carattere del popolo. La Settimana Santa è solo un aspetto della tradizione in senso globale: in essa sono contenuti i germi del tutto. Ha messo in risalto l’autrice, analizzando il nucleo essenziale della tradizione, come proprio nelle manifestazioni rituali che caratterizzano le espressioni corali della Settimana Santa ogni partecipante non è solo spettatore, ma è anche attore, prima dolente nel Venerdì Santo e poi esultante nella Domenica di Resurrezione. Ella ha vagliato con intelligenza e competenza la tradizione pagana ed ha messo in risalto la cristianizzazione dei riti pagani avvenuti nel tempo nel nostro ambiente come è avvenuto d’altronde in tutta l’area dell’Impero romano. Così si è capito il valore apotropaico di certi riti, connaturato nella natura dell’essere umano e l’uso del linguaggio simbolico. Molte cose, in effetti, della nostra tradizione fanno capo a riti e consuetudini pagane, ma non si può neppure negare che il senso religioso, specifico dell’essere cristiano, emerge e in molti casi annulla il retaggio pagano, relegandolo a corollari assolutamente secondari. Il senso pagano scompare o sfuma fino all’inverosimile se si considera che le feste religiose nascono dal senso religioso insito nella coscienza dell’essere umano. Ciò che le differenzia è il modo di estrinsecarsi e di manifestarsi. Ricchi di particolari si rivelano i riferimenti ai miti pagani e alla loro influenza nel tessuto sociale e religioso della nostra società. Basta ricordare le feste Adonie e quelle legate a Proserpina, alle Hilaria Attis e ai miti celtici e a quelli della dea Eostre. Il soffermarsi su di essi allarga i confini del nostro sapere e dà valore alla ricerca, considerandola “uno spazio aperto a tutte le intelligenze che spendono le loro energie nell'avvalorare le loro intuizioni”. Solo così le supposizioni suffragate da dotte citazioni non esauriscono e non delimitano lo spirito della ricerca.
Le feste sono il luogo dell'infanzia, della poesia ed è in esse che vanno ricercate e messe in evidenza tutte le sfumature del sentimento e dell'attività poetica. 
L’autrice si è prodigata di scoprire il valore degli ex voto e delle prummisioni (promesse, voti) trovando la loro origine anche nella cultura pagana. Si è interrogata sulla necessità di sperimentare e connotare lo spazio sacro fuori le mura della chiesa, trovando la sua spiegazione nell’esplosione della popolarità dei gesti e del linguaggio, slegato e libero dalle formule della liturgia. Degni di attenzione nel testo sono i riferimenti dettagliati alla liturgia della Settimana Santa. Essi vanno giudicati per quello che vogliono essere e cioè parte essenziale ed integrante  che determinano e sostanziano la tradizione. Non sono solo una specie di manuale liturgico. Liturgia e simbolismo, fede e folklore sono espressioni che si richiamano e si completano a vicenda. Ci chiediamo: È la liturgia che concorre alla formazione delle tradizioni popolari o viceversa? La risposta è lasciata ad ulteriori studi. 
Ricorrendo ad autorevoli testimonianze, e ponendovi particolare attenzione, l’autrice si sofferma, inoltre, sul senso che il simbolo assume sia nell’azione liturgica che in quella delle feste folkloristiche legate alla Settimana Santa. Il simbolo, sostiene, sostituisce ciò che rappresenta, rendendo, così, presente ciò che è assente. 
Leggere le parti del testo in cui si descrivono le tradizioni dei vari giorni, risulta davvero emozionante, soprattutto per chi ogni anno rivive questi avvenimenti. Si rinnovano così le varie processioni e i vari riti che arricchiscono lo svolgersi delle manifestazioni di questi giorni. Le origini della Pasqua, viste allora alla luce di questi eventi, non risultano più esposizione dotta, ma momenti vitali del nostro spirito in cui la luce trionfa sulle tenebre e in cui i figli della luce hanno il sopravvento sui figli delle tenebre. Si fa proprio, allora, il senso del naturalismo pagano e il succedersi delle stagioni, il ciclo eterno di nascita e morte. Acquista valore, quindi, la drammatizzazione del dolore nel Venerdì Santo e l’esultanza della gioia che si sprigiona, dopo l’assedio delle tenebre, nel giorno della Resurrezione. Tutto acquista significato, anche il Dio solare del Venerdì Santo, quel Cristo illuminato e coperto di ori, così diverso da quello della tradizione canonica, di cui  è la metafora e la rinnovata rappresentazione della storia della salvezza.
Allora diventa palpitante ed emozionante rivivere, assieme a tutta la comunità, il sentimento del tempo e acquista pregnanza e significato il dolore che si manifesta nella ressa sotto le baiarde e il tripudio del giorno di Pasqua.  
Con certosina pazienza l’autrice ha intessuto i contenuti del testo arricchendolo di numerosissimi particolari, distribuiti e citati nei punti salienti. La sua non è solo arida filologia o sovrabbondanza di eloquio, ma al contrario è meditata interpretazione delle testimonianze che la tradizione ci offre.   
L’opera si rivolge ad un pubblico variegato che va dall’intellettuale più acuto al popolano più sprovveduto. Ognuno ci ritrova ciò che a lungo ha ricercato. 
Sono pagine fluide e appassionanti quelle di questa opera che riescono a coinvolgere e ad entusiasmare tutti coloro che si apprestano ad accostarsi ai valori e ai significati che la Settimana Santa di Barrafranca, e non solo, racchiude.  
Ricca e documentata risulta l’appendice dove spiccano i canti popolari, nella maggior parte in dialetto con il quale si riescono  meglio ad esprimere i sentimenti riposti nell’intimo dell’animo. 
Ho avuto una certa perplessità, all'inizio,  nell’accettare l’incarico di redigere la presentazione di questo lavoro. Sono, infatti, uno degli autori, assieme a Gaetano Vicari del saggio intitolato La grande eredità che tratta lo stesso tema. Pensavo che sarebbe stato più adatto un altro soggetto meno coinvolto ed estraneo alla tematica trattata e non chiamato direttamente in causa. Ma riflettendoci ho capito che poi, alla fin fine, potevo sobbarcarmi a questo impegno, considerando il fatto che l’opera della Bevilacqua costituisce un valido completamento della nostra. Da tempo pensavamo di integrarla e aggiornarla in base alle innovazioni e in base ad una ricerca più accurata, ma la signora ci ha preceduto.
Plaudo all’iniziativa dell’autrice di pubblicare questo lavoro che degnamente viene ad incastonarsi nel mosaico di opere che trattano la storia del nostro paese.  
                                                                                  Diego Aleo

 

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