IN MORTE DI MARCO PANNELLA di Mauro Mellini

E’ con grande tristezza e con sentimenti che vanno lontano nel passato, che apprendo la morte di MARCO PANNELLA.

La nostra amicizia, che poi mi ha negato perché, come era solito dire, “il personale è politico ed il politico è personale”, risale al mio ultimo anno di Università, al 1949.

Marco, in vita ed in morte, ha avuto quello che voleva e sapeva imporre: una attenzione quasi religiosa, in un mondo ateo e materialista, alle sue idee ed ai suoi proclami. Il suo carisma si è imposto alle più alte personalità. Devo dire che io ho avuto il torto di pretendere da lui un ruolo ed una concretezza politica, un’azione coerente per una nuova forza liberale, progressista laica che rompesse la tenaglia cattolico-comunista. Ho avuto torto perché Pannella non era, in effetti, un “uomo politico” né “politica” erano le cose per le quali sacrificava la salute, la qualità della vita, le amicizie e gli affetti. Parlava ai politici ed alla politica, come hanno fatto nel passato profeti e persone consacrate alla religione. Ed è per questo, e malgrado questo, che non può dirsi che Marco abbia fallito. Ed è per questo che la rottura della nostra amicizia, tanto dolorosa per me, che ha voluto far seguire al dissenso, era, in fondo giustificata.  Il torto, lo ripeto, era mio: non lo avevo capito, pretendendo ancora una volta coerenza e concludenza politica. Da non politico che rispettava la politica e ad essa parlava, Egli è stato un personaggio di irripetibile qualità e rilievo che la Storia non potrà ignorare. Ma questo è anche il motivo di un più grande dolore per la sua scomparsa. Nessuno potrà proseguire la sua opera e chiunque dirà di farlo, in fondo, gli recherà offesa. Marco è stato ascoltato, non è stato capito proprio da chi gli era più vicino.

Addio Marco.

Mauro Mellini
19.05.2016

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