#11 GRAZIE, LE FARO’ SAPERE! Per la serie “Cogito ergo … scrivo!”

Il mondo del lavoro, così chiacchierato, desiderato, odiato e controverso. Purtroppo di questi tempi un’utopia, un miraggio, il primo desiderio di ogni italiano. Eh certo, si sa che il lavoro nobilita l’uomo, io non riuscirei a starmene a casa con le mani in mano, darei di matto e probabilmente pur di fare qualcosa, sarei capace d’inventarmi un mestiere. Ma, prima di tutto, voglio chiarire e tranquillizzarvi che questo articolo non tratterà della situazione in cui versiamo da anni; niente politica e annessi, bensì una semplice disquisizione sulla ricerca di un lavoro o su come si affronta un colloquio.

Oggi ho iniziato le pulizie di primavera e, come ogni anno, mi trovo ad aprire le scatole dei ricordi che conservo gelosamente al sicuro da muffe, umidità, fonti di calore e allagamenti… eh sì perché dentro queste scatole non c’è altro che carta: una montagna di carta intrisa d’inchiostro, in alcuni punti sbiadito dagli anni. Sono tutti biglietti, lettere, scarabocchi scritti nel corso del tempo. Alcuni sono frutto di interminabili discussioni avute nelle noiosissime ore di scuola, altri semplicemente storie scritte quando ero un’ingenua preadolescente amante del fantasy. Insomma…

di tutto un po’. Comunque, bando alle ciance, come ogni anno ci metto sette secoli a terminare le mie pulizie perché mi perdo a rileggere ogni singola parola con conseguente ritorno al periodo più bello della mia vita: le superiori.

Il periodo della scuola …  non basterebbe un’enciclopedia per scrivere le mille e più avventure vissute, tra una giornata passata tra i banchi e un’altra con i compagni, nascosti ‒ per non dire stipati ‒ in qualche bar a fare tutto tranne che studiare. Poi arrivava l’estate, le tanto attese vacanze, agognate e bramate, tanto che a fine anno scolastico, più che allegri studenti, avevamo le sembianze di soldati che uscivano vittoriosi dalle trincee. Oh, che meraviglia, si dorme la mattina, si cazzeggia il pomeriggio … sì … gli altri forse, ma la sottoscritta fa parte della categoria del “non crederai di passare tutte le vacanze senza fare niente?”… eh, l’idea era proprio quella. E invece avevo già un lavoretto pronto, neanche il tempo di assaporare la soddisfazione di buttare libri e quaderni in un angolino. Ma era giusto così, a diciassette anni bisogna imparare ad essere responsabili e poi qualche soldo in tasca ti fa sentire il re, o la regina, del mondo.

Il bello di quei tempi è che trovavi lavoro ovunque e se fare la barista non ti piaceva, c’era già il negozio di abbigliamento pronto ad accoglierti per il periodo estivo, anche solo per un mese. Non ti piaceva nemmeno quello?  Potevi, avendo qualche piccola spintarella, fare la stagione in Comune. Di possibilità ce n’erano a gogò. Poi se nessuna opzione era soddisfacente, era chiaro che eri nato con le braccine corte, e lì non c’è occupazione che tenga.

Oggi le cose sono cambiate. In peggio, ovviamente. Un po’ per la crisi, un po’ perché non sanno dare il giusto spazio ai giovani, il lavoro scarseggia, e non ci si può certo permettere di scegliere. Ti becchi quello che trovi e te lo fai piacere, anzi… meglio mettere anche un cero alla Madonna e ringraziarla per la botta di fortuna. Ma a tutto c’è un limite. Soprattutto al sessismo maschilista e medievale di alcuni datori di lavoro, o comunque di chi si occupa dei colloqui. Da poco ho fatto un colloquio per un posto di impiegata: ho cercato di presentarmi al meglio: sobria, posata e super motivata. Ma dopo qualche domanda di routine, il tipo con la faccia da serial killer dal sorrisetto cinico, inizia con domande tipo: “ha intenzione di avere altri figli?”, “intende sposarsi?”… sì insomma, le tipiche domande imbarazzanti che ti fanno capire che cercano una zitella sterile che non si assenti neanche un giorno. Ma per carità! A questo punto, che fare? Nulla. Raddrizzo le spalle, mostro il mio miglior sorriso, mi alzo e tendo la mano all’ometto che mi guarda attonito. Con voce soave dico: “ Grazie, le farò sapere”

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