L’anima azzurra di Lucia De Matteis

Lucia Antonia De Matteis è nata a Gallipoli, ridente cittadina del Salento soprannominata “la perla dello Ionio”. Risiede a Bergamo dal 1987 e insegna Lettere presso l’Istituto Superiore “Ettore Majorana” di Seriate.

Ci vuoi raccontare chi sei e cosa fai nella vita? Insomma, chi è Lucia De Matteis?
Lucia De Matteis è un’anima azzurra, “fatta – come dico in una mia poesia – di cielo, d’ansia d’infinito, di voli di gabbiani a fior d’acqua”. Non poteva essere altrimenti, dato che sono nata in una cittadina abbracciata dallo Ionio e cresciuta in una casa bianca sulla scogliera, innamorandomi di cielo e mare. Un amore viscerale, il mio, che non è riuscito a sradicare nemmeno un trentennio di vita a Bergamo, dove il mare non c’è e il cielo non potrà mai essere azzurro come quello in cui sognavo di volare, da bambina, tramutata in gabbiano. Intendiamoci: “Berghem” è una città meravigliosa, di un’eleganza che ti incanta; un luogo dove si vive bene, si mangia ancora meglio e non nevica neanche più tanto come una volta, per cui non mi posso proprio lamentare. Qui sono nati i miei figli, qui svolgo con passione il mio lavoro di insegnante e qui faccio le mie passeggiate chilometriche col naso per aria, fermandomi, di tanto in tanto, per appuntare sul telefonino questo e quell’altro verso che fanno capolino dall’anima rasserenata. Molte delle mie poesie “chiare” sono nate proprio così: passeggiando.  

Quando hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo?
Ho iniziato a scrivere molto presto, quando frequentavo la scuola elementare. Non poesie, però. La mia vena letteraria ha avuto il suo primo sbocco nei racconti. Mi dilettavo a inventare storie che leggevo alle mie compagne di classe, provando un sottile piacere nel vederle letteralmente pendere dalle mie labbra. Era il piacere del controllo delle emozioni altrui che è nelle mani di scrittori e poeti, ma ancora non lo sapevo. Ricordo che il finale di quelle storie era sempre tragico e le poverette mi scongiuravano di modificarlo! (Rido) La Poesia mi ha attratta più tardi, in età adolescenziale, sebbene con un padre poeta fosse sempre stata “di famiglia”. Affidavo i miei versucci inquieti alla segretezza di quel diario con lucchetto che negli anni Ottanta spopolava tra le ragazzine. All’epoca ero più leopardiana di Leopardi: il suo “pessimismo cosmico” mi faceva un baffo! Conservo ancora quelle “prove tecniche di poesia” e ogni tanto le vado a rileggere. Non cessa di meravigliarmi il fatto che, così tenero virgulto, fossi già alla ricerca del senso della vita! Su quel cimelio di diario, alla data 15 novembre 1980, si legge: “Oggi il professor Leopizzi mi ha detto, davanti a tutti: ‘Tu sei una poetessa senza saperlo’”. Sorprendente lungimiranza del mio prof di filosofia!   

Sta per uscire il tuo primo libro, una raccolta di poesie dal titolo: Tra pelle e cielo. Ce ne vuoi parlare?
Non posso esimermi dal farlo, anche se la genesi del libro è sofferta e il ricordare le circostanze che hanno dato origine all’opera, inevitabilmente, ravviva in me il dolore. Tra pelle e cielo non è una comune silloge poetica, bensì un tratto del mio percorso di vita (dal 2014 al 2021) raccontato in versi. Nel 2014 ho perso Sergio, mio marito, “e ‘l modo ancor m’offende”. Di colpo, senza alcun preavviso, la terra ha iniziato a franarmi sotto i piedi e ho assistito, terrorizzata e impotente, allo sprofondare nel baratro di tutte le mie certezze, dei punti fermi della mia esistenza. Non ho avuto scampo: ho dovuto accostare alle labbra il calice amaro che la vita mi porgeva con un ghigno e bere, bere fino in fondo, un goccio per volta. Il sapore dell’inferno mi ha accompagnata per ottantanove giorni. Quando la Morte ha chiuso solennemente alle sue spalle la porta della mia casa, io sono rimasta, non saprei dire per quanto, rannicchiata in un angolo, con la testa tra le mani, incapace di pensare, capire, parlare. La poesia: “Son morte le parole”, che fa parte della raccolta, è giusto il tentativo, non so quanto riuscito, di esprimere la sensazione di annichilimento provata, resa ancora più angosciante dalla consapevolezza dell’impossibilità di comunicarla ad altri, di ottenere anche solo un minimo alleggerimento da una qualche condivisione di quella devastante esperienza di nullificazione. “Tra pelle e cielo” nasce, quindi, da un evento luttuoso, drammatico, di quelli che nessuno di noi vorrebbe mai vivere, ma si sviluppa seguendo l’autrice nel suo brancolare nelle tenebre fino a guadagnare l’uscita e si conclude col lieto fine della scelta, consapevole e definitiva, della luce. Il messaggio che voglio diffondere è, pertanto, assolutamente positivo: non c’è accadimento al quale non si possa sopravvivere se ci si arma di pazienza, speranza, fede e amore per la vita.

Cosa si prova nell’attesa che esca il proprio libro?
È come attendere la nascita di un figlio. Nel mio caso, il primo, quindi l’emozione è ancora più intensa. Non vedo l’ora di vederlo, di accarezzarlo, di stringerlo al petto. Di presentarlo con orgoglio al mondo e di sentirmi dire che mi somiglia. Che ha la mia stessa luce negli occhi e nel sorriso.  

Come definisci la tua poesia?
Credo sia mortificante costringere nella gabbia di una definizione un qualcosa di estremamente creativo, fluente e in continua evoluzione quale la Poesia. Al momento, ma solo al momento, considero la mia produzione in versi un varco: tra la limitatezza della corporeità e l’infinitezza spirituale, la vita terrena e l’Oltre, l’hic et nunc e l’ubique et semper.
Un varco, insomma, tra pelle e cielo.

Quale pensi che sia la funzione della poesia nel mondo attuale?
Voglio partire da alcuni versi di Pier Paolo Pasolini: “Alle volte è dentro di noi qualcosa / (che tu sai bene, perché è la poesia) / qualcosa di oscuro che fa luminosa / la vita”. Illuminare la vita: questo è ciò che la Poesia fa. Da sempre. Ma nel mondo attuale essa potrebbe addirittura svolgere una funzione salvifica. Mi spiego meglio: quello odierno è un mondo che sembra determinato ad andare nella direzione del transumanesimo e visto che i fautori del postumano affermano di volerci salvare dal corpo, dall’imperfezione, dalla malattia, dalla sofferenza, dall’invecchiamento e dalla morte, attraverso alterazioni genetiche e altre diavolerie, che la Poesia ci salvi dai transumanisti! Come? Ricordandoci che la bellezza dell’essere uomini sta tutta proprio in quella fragilità che ci caratterizza e in quella caducità dell’esistenza terrena che si vorrebbero eliminare. E mantenendoci sempre connessi con la nostra anima.

Poesia e pandemia: cosa ti fanno pensare, anche in riferimento al periodo che stiamo attraversando?
Questi due interminabili anni, ho l’impressione abbiano costretto tutti a una dimensione “poetica” dell’esistere. Come accade nella Poesia, in cui si fa effrazione dei meccanismi meramente informativi del linguaggio e si ristrutturano per evocarne significati altrimenti ineffabili, la pandemia ci ha obbligati a destrutturare la vanità di alcune posture esistenziali, come quella di essere eterni, e ci ha recuperati all’idea della nostra mortalità, ci ha indotti a ripensare il ruolo del nostro operare in società, riscoprire un senso inedito della solidarietà e della responsabilità. Credo si sia fatta una sorta di disperante poesia del vivere, spesso nella prigione del nostro distanziamento. Molti dei versi di questa mia silloge profumano di un sentimento precipiziale dell’esistere – della pelle –, risolto poeticamente nello slancio verso il rinascere. Verso il Cielo. La Poesia “rifà” quello che la pandemia ha tentato di annichilire.

Le tue letture preferite e i tuoi autori preferiti.  
Sono un’estimatrice dell’ironia; di conseguenza, subisco il fascino di quegli autori che dimostrano di possedere una mente ironica, acuta e brillante. Alla Wilde, per intenderci. Il giorno di Giuseppe Parini e I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono capolavori di ironia, per cui rientrano a pieno titolo tra le mie (ri)letture preferite. Dante, Leopardi e Baudelaire, poi, per me so’ piezz ‘e core. Dante è un genio della Poesia, non ha eguali. Giacomo è stato il mio primo amore e il primo amore non si scorda mai. Charles è la quintessenza della sensibilità, altra dote che apprezzo moltissimo (negli altri, in me la detesto). A proposito di Charles, vi confido un segreto: “L’albatros” è la mia poesia del cuore. Sono una poeta-albatro, regina dell’azzurro ma goffa e impacciata sulla tolda, incompresa da les hommes d’équipage. Una volta un caro amico mi donò un suo “ripensamento endecasillabico” di questa poesia meravigliosa: lo considero il più bel regalo che mi sia mai stato fatto.

Oggi tutti scrivono e sono poeti e scrittori. Che ne pensi?  
Volete che mi inimichi i venticinque lettori di quest’intervista? Risponderò con una frase di Leo Longanesi, grande talent scout del Novecento e maître à penser di un’intera generazione di scrittori e giornalisti: “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati”. Ringrazio Leo per avermi cavata dall’impaccio.

Un verso beneaugurante per chiudere questa intervista.
“Mi porse la balena le sue terga”.

One thought on “L’anima azzurra di Lucia De Matteis

  1. virginio

    Parole significative dette da una “bella persona”.

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